“C’era una volta…” la pubblicità.

Dopo la crescita esponenziale registrata a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, i messaggi pubblicitari tradizionali hanno perso efficacia presso il pubblico, facendo registrare una costante diminuzione del tasso di risposta, quasi come se gli spettatori avessero sviluppato un vero e proprio “antidoto” contro la pubblicità.

 

I creativi si sono trovati dunque a doversi inventare nuove forme di comunicazione in grado di catturare l’attenzione degli interlocutori dando vita a nuove tecniche creative tra le quali, appunto, lo storytelling.

In realtà si tratta di un vero e proprio ritorno alle origini e alle tradizioni più antiche. Gli esseri umani in fondo hanno sempre scritto e raccontato storie, soprattutto quando queste erano l’unico mezzo per veicolare informazioni, fatti storici ma anche emozioni.

 

Lo storytelling, attraverso la narrazione di una storia, vuole superare la crescente indifferenza dello spettatore verso i messaggi pubblicitari e per fare questo il prodotto stesso deve diventare il contenuto.

Gli spot prettamente didascalici infarciti di slogan e frasi fatte, si trasformano così in vere e proprie esperienze in cui le cose e i prodotti si trasformano in parole, suoni e immagini in grado di rievocare nello spettatore percezioni reali e vivide.

 

Le aziende quindi devono riuscire a trasformare la loro immagine e i loro prodotti in una narrazione, saper condividere la propria unicità con il consumatore, coinvolgendolo, facendogli provare emozioni, indirizzando la sua attenzione verso i valori del brand.

 

Storytelling aziendale: cos’è e perché funziona così bene

Il concetto di storytelling, l’arte di narrare, di raccontare una storia, nasce nel campo della letteratura e della retorica, ma è oggi applicato anche all’ambito aziendale: nasce così lo storytelling management o aziendale come tecnica di promozione del brand e/o di prodotti aziendali basata sul format narrativo.

 

Come suggerisce Kurt Vonnegut (scrittore e saggista statunitense), lo storytelling è una scienza, molto evoluta all’estero, tanto che si parla di Scienze della Narrazione.

Ma per vendere un prodotto non basta soltanto saper comunicare con chiarezza espositiva e forte impatto, è importante saper attrarre a sé l’attenzione del cliente, incuriosendolo ed emozionandolo.

 

I brand non parlano più dei loro prodotti, ma di se stessi perché la narrazione coinvolge e cattura l’attenzione e l’interesse dell’interlocutore in modo decisamente maggiore rispetto ai classici format pubblicitari.

 

Una storia deve emozionare, coinvolgere ed incuriosire

Le storie di successo, per diventare tali, devono saper emozionare, coinvolgere e incuriosire.

Grazie alla curiosità possiamo far leva su qualcosa di molto più potente dei semplici elementi razionali che spingono all’acquisto, ovvero l’istinto.

 

Se c’è una cosa che governa l’essere umano più della razionalità e del buon senso è sicuramente la sfera emotiva ed irrazionale, l’impulso naturale che ci spinge verso la conoscenza, la scoperta. Studi condotti sul nostro comportamento d’acquisto nei supermercati hanno evidenziato come siano gli aspetti emotivi e non quelli razionali ad influenzare le nostre decisioni.

 

Attraverso lo storytelling si cerca di creare un legame tra emozione provata e brand/prodotto rappresentato allo scopo di trasformare un semplice racconto in emozioni in grado di instaurare una relazione profonda con il pubblico di riferimento.

Non si vuole solo informare il consumatore, ma coinvolgerlo attivamente creando un legame psico-emotivo con il prodotto narrato in modo da costruire un legame di fiducia e riconoscibilità.

 

E’ evidente, quindi, come le aziende siano interessate a sfruttare le armi dello storytelling per agire sul piano emotivo in quanto, toccando le giuste corde, si può stimolare l’interlocutore a compiere un’azione (solitamente un acquisto) che, razionalmente, potrebbe decidere di non compiere.

 

Quando il marketing incontra la narrazione può influenzare il nostro cervello attraverso l’attivazione di circuiti ben precisi.

Andrea Saletti, nel suo libro dedicato al neuromarketing, scrive che:

“In molti fanno l’errore di pensare che la dopamina (e quindi la sensazione di eccitazione e piacere) venga rilasciata nel nostro cervello nel momento esatto in cui riceviamo una ricompensa (…) In realtà a generare l’aumento del flusso dopaminergico non è il raggiungimento del premio, ma il grado di attesa e aspettativa che a quel premio abbiamo associato”.

 

Questo è proprio quello che accade con lo storytelling.